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Sta scendendo la sera tra un tiepido sole e un’aria frizzante, su questa città dal profumo di un mare di plastica. Tra vecchi magazzini tirati a lucido e manager in giacca e cravatta ci ritroviamo immersi in un quartiere in bianco e nero. Un vecchio fumetto dai colori sbiaditi, affascinante e bizzarro, che all’improvvivo rivive di magica luce. Mi sento bambina, piccola, davanti a questi edific,i grandi; davanti a questi palazzi miracolo dell’architettura moderna. Mi sento sognatrice bambina a sbirciare dalla lunghe vetrate frammenti di vita a colori in un contesto black and white. Intravedo oggetti di design in un contesto elegante. Intravvedo una donna che legge un giornale seduta su una poltrona a dondolo. Un bambino, vestito da damerino, che gioca nel giardinetto davanti a casa con la baby sitter, quando torna la mamma dall’ufficio su una macchina da film americani. Sorrido in questo squarcio elegante di una città grande e piccola, tranquilla e agitata. All’improvviso si apre una porta. Non è un comune ascensore come ho subito ipotizzato. Si avvicina un mercedes, entra e si chiude la porta. Dopo pochi istanti è già sul terrazzo di casa. Rimango senza parole, come una bambina davanti a un paese incantato. Sogni innocenti di vita comune. Sogni di emozioni di chi vive in un luogo misterioso e curioso, dal fascino elegante. Questa è Hamburg nel mio cuore. Questa è la parte di Hamburg che conserverò.

Emozioni dal Nord: un piccolo assaggio

Emozioni dal Nord: 4.400 km, 5 stati(Francia, Belgio, Olanda; Germania, Danimarca), 10 città, 14 giorni, 2 persone(io e mio fratello),  1 auto (la mia Renault megane).

Prima di partire ho promesso che avrei scritto di questo viaggio, ma non ho promesso come ne avrei scritto.

Un viaggio pensato un giorno in ufficio, guardando il cielo grigio davanti a me. Ripensando al paese che ho nel cuore, la Germania e con lo sguardo alla cartina dell’europa. Il telefono squilla, un cliente olandese. Dopo un attimo il telefono risquilla, un cliente belga. E su un foglio ho buttato un itinerario. Poi, inizio agosto, guardando sulla cartina con il mio fedele compagno di viaggio, mio fratello, abbiamo aggiunto due città come tappe intermedie: Stasburgo, magica ed emozionante, ed Hamburg, da sempre nel cuore di sognatrice.

Il cielo grigio che tanto amo sempre con noi. Pungente e fresca l’aria di fine estate. Profumo di ordine e innovazione misto a profumo di cibo grasso e fritto. Palazzi grigi che svettano nel cielo. Case basse e colorate. Design giovane. Distese di prati e parchi avvolgenti. Canali, fiumi, mare.

Passeggiare per le vie, entrando nei negozi più fashion a Copenhagen per fare un pò di shopping, passeggiare lungo i canali di Amsterdam chiededosi chi si può svendere per un pò di ricchezza, osservare gli edifici di Rotterdam nei loro stili più diversi, immaginarsi gli occupanti di certi palazzi black and white di un nuovo quartiere sul porto di Hamburgo, sdaiarsi su una panchina di Bruge perchè la stanchezza ci ha avvolto con tutta la sua potenza.

Con le emozioni di questa parte di nord, con un programma nel cuore per un nuovo viaggio, illustrerò per la prima volta un mio viaggio.

Un abbraccio di Luce a tutti i miei amici lettori e viaggiatori.

Monica Viaggiante


Chiudo gli occhi e vedo emozioni a colori e sento nel cuore ricordi sotto la pioggia.

Avevo terminato l’università l’anno prima e dopo un anno passato tra giri in europa e bambini, mi ero messa in discussione ancora. Le sfide mi erano sempre piaciute, ma questa era particolarmente dura.

Avevo trascorso l’anno precedente lavorando in un asilo nido privato, facendo l’animatrice in feste di compleanno e ogni sorta di baby sitting, anche notturno e anche se qualcosa era andato storto nei miei piani alla fine ero arrivata in quel di Londra. Era inizio maggio del 1997.

Ricordo quel lungo viaggio in taxi dall’aereoporto di Stansted a East Finchley come la conversazione più stancante di tutta la mia vita. Se avevo deciso di approdare fin li un motivo ci sarà stato. “Ma questo tassista doveva aspettare proprio me per farmi mille domande che so a malapena dire il mio nome” mi ero più volte domandata? Era un bell’uomo di colore e parlava un ottimo inglese, ma io non ero a mio agio perchè nonostante avessi studiato inglese per anni con sola grammatica non si va molto lontano.

Avevo deciso di staccare la spina dalla mia vita precedente, vivere in una famiglia inglese occupandomi di un bimbo Zachary di poco meno di un anno e mezzo e di imparare così l’inglese.

Le emozioni sono ancora oggi a distanza di tanti anni vive dentro di me. Non hanno perso il loro colore e la loro intensità.

Le regole erano poche ma ben chiare. Tutte le mattine mi dovevo occupare di lui, dalle 8 quando saltava dentro il mio letto per comunicarmi che era ora della colazione: “Maggie, Maggie, brecky…” alle 12.30 quando la mamma lo veniva a prendere per andare a mangiare fuori, e poi alle 6 l’ora del bagnetto, qualche favola e poi a letto. La sua sorellina di 4 anni era autonoma. La colazione la davo anche a lei, ma poi mi occupavo solo di lui.

I primi giorni sono stati un pò impegnativi perchè non è facile fare capire a un bambino così piccolo che non hai intenzione di fare come l’au pair precedente che rimaneva con lui quattro ore davanti a Mary Poppins o Alice in worderland e che noi non eravamo un tuttuno con bunny. Jeans scarpe da ginnastica e fuori all’aria aperta e quando pioveva al play groupe, ma solo in caso di pioggia.

Ricordo un giorno come se fosse ieri: SPLASH IN THE PUDDLE..quello che da piccola sognavo di fare, ma non avevo mai fatto: stivali di gomma, impermeabile e via nella pioggia e nelle pozzanghere. Ricordo le risa mie e di Zachy e gli sguardi attoniti di chi guardando non capiva. E’ stata una mattina splendidamente bagnata e poi di corsa sotto la doccia e tutto in lavatrice. Shelley quando ci ha visto rincasare era piegata in due dal ridere.

Ricordo cene del venerdi sera trascorse con Shelley e i due bambini e i genitori di lei e le due nonne: pollo al forno (ora il mio piatto forte), patate e dolce con meringa e panna. E il cassetto della cucina pieno di caramelle e cioccolatini che io e Zachary abitualmente vuotavano in un attimo.

Ricordo che classicamente approdavano altre au pair piangenti perchè la loro lady era un’arpia e io e Shelley a consolarle davanti a te e biscotti. “Decisamente fortuanata” mi ripetetavano, ma oggi riconosco che la fortuna era da entrambe le parti. Io ho avuto la fortuna di arrivare in una mega villa dove c’era sia un giardiniere una volta alla settimana, che una donna di servizio tre volte alla settimana e io mi dovevo occupare solo del bimbo. Pur essendo ebrei non erano rigidi e io potevo tenere nel frigorifero tutte le cose che abitualmente mangiavo, anzi facevo la lista della spesa e lei comprava tutto. Quando facevo errori mi correggeva e le poche volte che era in casa chiacchieravo con lei. Quando mia mamma è venuta a trovarmi a Londra è stata dieci giorni ospite li. Loro sono stati fortunati perchè io adoravo Zachy ed essendo iper attiva non lo tenevo certo davanti alla televisione per farmi i fatti miei e poi di me si sono fidati subito.

Ricordo notti passate scrivendo tesine, pomerrigi di corsa sotto la pioggia ansimando sulla salita che portava alla scuola, un sacco di corsi di inglese di ogni tipo, ma alla fine quando un anno e mezzo dopo easusta sono tornata a casa ero davvero soddisfatta. Quando la famiglia andava in vacanza io lavoravo per le sue amiche e avevo trovato un secondo lavoro di baby sitting presso una signora tedesca e in caso di cene o extra baby sitting ricevevo una paghetta extra.

Ricordo momenti in cui ero a pezzi e avevo bisogno di correre dopo che avevo messo a letto Zachy anche con la pioggia e una pioggia torrenziale.

Abitavo in una zona ricca e residenziale, ma distante dal centro. Se avevo un pomeriggio o parte di esso libero andavo al centro commerciale. Nel fine settimana invece andavo sempre in città. Londra per me che sono regina dello shopping e amante dei musei è stato un connubio assai interessante. Quando sono in vacanza è massacrante cercare di vedere tutto in poco tempo, invece vivendoci è fantastico. Al British musem sono andata innumereveli volte e anche alla Tate Gallery. Mi sono piaciuti molto entrambi. Purtroppo solo una volta al Victoria Albert Musem che è uno dei miei musei preferiti. La cosa che mi dispiace è che questo museo è spesso trascurato, sia perchè a pagamento, sia perchè immenso, ma è un vero peccato perchè ci sono delle collezioni splendide.

Altro mio passatempo preferito era passeggiare per gli splendidi parchi. D’estate lunga passeggiata, pick nick con amici o un panino da sola, e poi direttaemente in costume a prendere il sole. Il mio preferito rimane Hyde Park. Spesso anche d’inverno, con la neve, tutto bianco e io che mi sentivo magica in quell’ambiente surreale.

In quel periodo non scrivevo per nulla, ma scattavo un sacco di foto. Era un mio modo di comunicare con me stessa. Nella mia vita ho attraversato tante fasi, ma sempre con energia, coraggio e un grande sorriso.

Mio padre avrebbe preferito una vacanza studio di mesi, ma io volevo fare questa esperienza. Quando avevo qualche giorno libero sceglievo mete più lontane, come Oxford, Cambridge, Canterbury e d’estate sono andata in vacanza a Bormuth. Incredibile trovare un posto simile in Inghilterra. Non ha niente a che vedere con Brighton. Una piccola località balneare inglese con una vita che sembrava di essere in romagna. Quando però entravi in acqua ti rendevi conto che eravamo in Inghilterra. Colazioni incredibilmente ricche. Un giorno ho persino mangiato fish and chips, ma il porridge non ho mai avuto il coraggio di mangiarlo.

Non era la prima volta che vivevo all’estero e il senso di adattamento in me è abbastanza alto. Ogni giorno telefonavo a casa, dato che sono ancora oggi molto mammona e qualche volta al mio moroso del tempo. Per il resto stavo bene. Vivevo in una villa splendida. Non dovevo fare le pulizie, a differenza delle altre ragazze alla pari. Il bimbo era piccolo e imparavamo a parlare insieme e la famiglia era fantastica. Tante erano le amiche che ho incontrato. Sono ancora in contatto con Jenny di Upsala con cui sono andata in vacanza in Tunisia nel 2001 e che ho incontrato a Stoccolma nel 2004 dove vive. Poi c’è Suzana che sono andata a trovare nel 2001 a Stoccarda. Susanne l’ho rivista durante un viaggio a vienna nel 2006 dove vive.

Con la famiglia ho perso i contatti, ma lo scorso anno ho ritrovata Zachy su Face book e io e Shelly ci siamo scambiati una lunga mail.

Ancora a colori le emozioni dentro di me

Poesia viaggiando

Quante volte mi sono detta:”adesso scrivo un racconto di viaggio“, ma poi mi sono sempre lasciata cullare dalle emozioni e dalle emozioni dei miei viaggi.

Un racconto di viaggio può aiutare qualcun altro ad organizzare un viaggio” mi hanno sempre ripetuto, ma per me viaggio non è solo organizzazione, ma poesia, magia, emozioni e proprio non è il mio stile un racconto di viaggio senza poesia. E alla fine ho sempre lasciato perdere. Tanti appunti disordinati, tante idee dentro di me, ma la voglia un giorno di fare qualcosa che sentivo davvero mio.

Così sistemando le guide dei miei viaggi nella mia libreria è nata dentro di me l’idea di creare un luogo di emozioni, sensazioni, tra poesia e realtà, con dettagli pratici, ma senza dimenticare che il filo conduttore è POESIA VIAGGIANDO.

Poesia viaggiando è l’amore per posti nuovi, è l’amore per la libertà di pensiero e di viaggio, è l’amore per la poesia, è l’amore per ciò che siamo e per ciò che eravamo.

Poesia viaggiando è quello che un viaggio è per me e quello che sono diventata grazie ai miei viaggi.

Poesia viaggiando è un week end sugli sci, una visita in una città d’arte o un viaggio avventura.

Poesia viaggiando è evasione, è sogno, è magia, è poesia.

Semplicemente, poesia viaggiando